Resa al Paesaggio


È un duetto armonico, tra due artisti che
si abbandonano totalmente al paesaggio.
Che delineano sé stessi attraverso questa
resa al paesaggio, e noi viviamo le loro
esperienze fuori mura, grazie all’arte che ne
scaturisce. Due paesaggi opposti: il deserto
di Israele e le Alpi italiane. Due diversi punti
di vista: uno dall’alto, l’altro dal basso, uno
orizzontale l’altro verticale, una visione di
neve fredda e bagnata, l’altra di calore e
aridità.Una natura che ci innalza al sublime,
visioni che fanno breccia nel nostro cuore e
lo spalancano. Immagini che ci trasportano
verso un cielo infinito, un luogo sospeso,
libero da rumori e tecnologia.

Aֿttraverso la sua lente, Doron Adar cattura
linee che riportano alla mente templi,
rocce che ci raccontano di tempi antichi, il
profumo della polvere, i colori della terra...
oro, ocra, terra di Siena, morbide dune di
sabbia ruvida. Forme che diventano astratte
quando catturano un barlume di infinito,
giochi di ombre in chiaroscuro, zone in
cui risplendono potenti raggi di luce che
ci rimandano al miraggio, scene bibliche,
immagini di attesa, quadri della terra Santa.
Le fotografie di Adar rendono tutto questo
contemporaneo, reale, tangibile e terreno.
La sua arte ci invita ad un viaggio, come i
profeti, alla ricerca di esperienze mistiche, di
purificazione e depurazione. Uno sguardo
volto verso la luce, verso un altro tempo, un
altro spazio.

Carlotta Alberti vive tra le montagne:
aprendo la porta di casa, volgendo lo
sguardo verso le sue finestre, il paesaggio
diventa una presenza viva. La Valle d’Aosta
non è una mera meta turistica, ma è una
realtà quotidiana che continuamente la
meraviglia. Una profonda connessione
con le alte rocce, i verdi prati, i tetti, le
staccionate...il luccichio dei morbidi
fiocchi di neve o la violenza della bufera.
Il duro lavoro quotidiano di sgombero
dei passaggi, lo spalare la neve davanti
alle porte, lo staccare i ghiaccioli appesi
alle grondaie. La natura è una costante
compagna di vita. Carlotta Alberti ne
esprime l’eleganza, la potenza, il maestoso
silenzio e riversa tutto questo nelle sue
opere. Il Cervino, protagonista dei suoi
lavori, appare ripetutamente come un
mantra: è il punto di congiunzione, di
incontro tra terra e cielo.

L’artista come testimone della spiritualità in Valle d’ Aosta, e noi ne facciamo esperienza nella sua arte. Bianchi e profondi blu, poche linee, precise e
sapienti pennellate.


Due artisti, due paesaggi, che catturano la
natura nei minimi dettagli, come La grande
zolla di Dürer, o in ampie viste, come il
Viandante sul mare di nebbia di Friedrich.
Ci lasciano con un senso di immenso rispetto per Madre Terra.


Due spazi, due mostre, due capitoli:
profondamente diversi ma metafisicamente
collegati, il torrido caldo di luglio a
Gerusalemme, porta del deserto di Giudea;
e il gelo di un dicembre a Valtournenche.
Sensazioni che si alternano fra caldi venti e
ghiacci spigolosi. Come curatrice sono stata
ispirata dal principio dell’estetica che governa la cerimonia del tè giapponesee: lo spazio per
la cerimonia è estremamente curato; durante
l’estate un dipinto invernale viene mostrato
per rinfrescare i presenti, mentre in inverno
viene scelta una scena estiva per riscaldare e
confortare gli ospiti.


Due esperienze contrastanti ma parallele, che
ricordano il lavabo della nostra infanzia, con
un rubinetto per l’acqua fredda e uno per
l’acqua calda: siamo noi visitatori a scegliere
come saggiarle, come fonderle, e lasciare che
il nostro cuore sia invaso dalla freschezza delle
montagne o dai caldi raggi del sole.


Alejandra Okret

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